La Cascina come era

Il Tenimento di Oschiena è fra i più antichi del territorio vercellese, faceva infatti parte dei beni dell’Abbazia di Santo Stefano di Vercelli dal XVI secolo fino alla fine del ‘700.
I fabbricati stessi sono testimonianza di un passato che non bisogna dimenticare: gli alloggiamenti delle mondine, la scuoletta per i bambini, la casa del margaro con la vendita del latte e del burro, la casa dei salariati fissi, gli sciavandè che avevano diritto anche a un pezzo d’orto, di porcilaia e di pollaio, la stalla dei bovini e dei cavalli; e anche un’osteria, una bottega e una chiesetta campestre di proprietà della Cascina che diventava punto importantissimo di aggregazione.
Alla vita della Cascina contribuivano tutti gli abitanti, ognuno con la sua particolare attività: mondine, palatori, carrettieri, cavalcanti, sellai, fabbri, carpentieri, falegnami.
Le operazioni di monda iniziavano ai primi di giugno e proseguivano fino a metà luglio.
Per ogni 4 ettari era necessaria la presenza di 3 mondine. Alla tradizionale semina a spaglio a mano, negli anni trenta fino alla fine degli anni cinquanta fu affiancata la tecnica del trapianto.
Dal vivaio costituito ad aprile, le pianticelle di riso venivano trasferite in risaia a giugno. Il trapianto era ancora più faticoso della monda. Tutti i lavori preparatori alla semina e poi il raccolto erano eseguiti con la sola forza lavoro degli uomini e degli animali da tiro.
Può sorprenderci oggi quanto fossero importanti i cavalli in tutte le operazioni di coltivazione: dal trasporto delle pianticelle da trapiantare in risaia fino all’essicazione dei covoni sull’aia al sole.

Dopo la II guerra mondiale, l’arrivo della trattrice gommata segnò la fine della partecipazione degli animali dalle fasi del lavoro in risaia: stalle e scuderie si svuotarono di colpo, cambiando per sempre il paesaggio agricolo. La chimica sostituì le mondine. La meccanizzazione ebbe un impatto definitivo sulla struttura sociale della vita in cascina: non erano più necessari gli addetti al bestiame da lavoro, il maniscalco per la ferratura dei buoi e dei cavalli, i falegnami per la costruzione di carri e anche i sellai e i cavalcanti rimasero senza lavoro.
Dobbiamo ricordare che fino all’inizio degli anni ’50 il risone e poi il riso erano trasportati in sacchi su carri.
Molteplici attività connesse alla quotidianità del lavoro scomparvero lasciando un vuoto di abilità manuale e di altissima professionalità.
Andò perduta la capacità di fare del proprio lavoro un significato di vita e un’espressione di sé: carri di trasporto che erano un capolavoro di solidità ed estetica, le più umili porte –come quelle delle stalle- intagliate e rifinite, serrature, lucchetti, saltarelli curati nei minimi particolari e così via.
Finiva un’epoca fatta di sacrifici durissimi, fatiche fisiche immani ove la penuria di cose era senza limiti.
Fa un certo effetto notare –in rare foto dell’epoca- come una certa parte degli abitanti delle cascine fossero scalzi: da allora non è passato neppure un secolo.
Un’epoca fatta anche di tradizioni, di valori e di senso di comunità.

La Cascina com’era diventa un archivio della memoria e della storia e come tale va rispettata e preservata.
La conoscenza della cultura passata aiuta a comprendere la realtà contemporanea in un tumultuoso divenire sempre più veloce.
Vivendo il territorio abbiamo conosciuto persone che hanno vissuto proprio nella nostra Cascina l’epoca sopra descritta e abbiamo raccolto testimonianze e racconti di vita.
Alcune mondine e alcuni salariati sono venuti a rivedere a Oschiena le loro abitazioni e ci hanno raccontato con emozione com’era organizzata la vita quotidiana in Cascina, ripensando anche alla loro giovinezza passata.